Italia: paese di tuttologi alias nientologi. Lettera aperta del 13/07/2014

 

In questi giorni ne abbiamo un esempio, dopo che è stato votato il primo Sì al referendum che – se Dio e i cittadini vorranno – ridarà alle Città di Mestre e Venezia la rispettiva autonomia amministrativa, la dignità e il futuro, che hanno avuto fino al 1926 quando fu loro imposta unione nata dagli interessi del Conte Volpi e di Mussolini senza che vi fosse, al tempo, alcuna consultazione popolare.
Qualcuno parla a vanvera perfino di scandalo poiché ben 9.000 cittadini, a fronte di una popolazione residente sempre più in calo, non accettano di rassegnarsi ma invocano ostinatamente un cambio di rotta, una sferzata di energia rinnovatrice. La necessità di distinti programmi politici che riconoscano, finalmente, l’unicità di Venezia da un lato e le potenzialità di Mestre, Marghera e terraferma dall’altro è resa evidente dalle tante, enormi problematiche del territorio mai affrontate e risolte ma cresciute a dismisura ed oggi a livelli tragici e ormai insostenibili. Le nostre Città sono assurdamente a rischio default nonostante si trovino in uno delle zone più ricche di fonti finanziamento d’Italia.
Cosa deve ancora accadere a queste nostre città affinché i suoi abitanti decidano di averne abbastanza e, anziché limitarsi a chiacchiere da bar, comincino a chiedersi se per caso questi pazzi ostinati abbiano le loro ragioni, a cercare dati e informazioni per capire nel concreto quale nuova situazione si aprirebbe con il distinguo amministrativo delle due realtà?
Quanti Palais Lumiere ancora, quanti Mose?

Decenni di “disinformazione” sapientemente veicolata dalla politica nel timore di perdere poltrone e potere hanno plasmato una massa critica di cittadini per nulla informati (anche sulla città metropolitana), che ripetono meccanicamente i pochi luoghi comuni già letti o sentiti contro l’autonomia delle due città, incapaci di argomentare le proprie convinzioni e asservendosi così, inconsapevoli, proprio alle logiche di quella politica sorda ed ingorda che vorrebbero contrastare.

Chiedete a noi promotori di questo referendum di argomentare a sostegno del Sì: vi annoieremo per ore.
Già nella scelta dei termini (si parla sempre e solo di separazione nella sua accezione negativa e mai di autonomia) si coglie quanta prevenzione vi sia su un argomento oggi più che mai attuale con il prossimo avvento della Città Metropolitana, “federazione” di comuni di medie e piccole dimensioni.
Ricorderemo i tanti politici che erano a favore di Mestre Comune quando ci fosse stata la Città Metropolitana: ecco, ora c’è.
Per coloro che, invece, desiderano “sapere”, capire i pro e i contro, invito a riflettere come sia evidente oggi il fallimento del comune unico, che ha portato alla fuga dei residenti da Venezia prima e da Mestre poi, al crollo dell’occupazione su tutti i fronti e al nulla fatto per porvi rimedio anzi; alla perdita del ricco patrimonio culturale, storico e di tradizioni, la sicurezza e la qualità della vita ai minimi storici e che ha spinto oltre 3.500 residenti negli ultimi 2 anni a migrare in comuni limitrofi in cerca di minori costi e migliori condizioni di vita.

Perché le forze politiche sono in larga misure contrarie all’istituzione dei due comuni?
Se, come temono alcuni, questo portasse un raddoppio di poltrone, i primi a sostenere il referendum sarebbero proprio i politici poiché sarebbero i primi a beneficiarne.
Da quando in qua la politica si preoccupa di non sperperare i soldi dei cittadini?
Chiediamoci invece quanto scenderanno il numero di assessori e consiglieri e le relative indennità?
Quante doppie sedi in terraferma sono già operative?
Quanto risparmio avremmo su voci di spesa importanti come l’asporto dei rifiuti o le tasse sugli immobili il cui valore è stimato a Mestre come fossero a Venezia?
Ricordo anche i milioni di euro derivanti dalla tassa di soggiorno che verrà investita laddove riscossa.

Ai veneziani di terra e di acqua rivolgo invece l’invito a chiedersi: perché nessuno dice come la terraferma sia un limite al riconoscimento di Venezia quale Città a Statuto speciale come per Amburgo? Tale status le permetterebbe di trattenere ed investire sul territorio la quasi totalità delle tasse dei propri cittadini da investire sulla città stessa nel tentativo di renderla nuovamente città da vivere e non solo da “usare”.
Quanti inciuci si sarebbero potuti evitare gestendo due comuni più piccoli, sotto i 200.000 abitanti ciascuno, a misura d’uomo, più controllabili ?
Meno opere faraoniche di cui nessuno sente l’esigenza e più ordinaria amministrazione…
Nessuno parla poi del Comune del Cavallino e della sua rinascita, dopo che si è reso autonomo dal Comune di Venezia nel 1998…
Chiediamoci come mai la politica abbia tanto interesse a lasciare le cose come sono, infarcendo di vane promesse la campagna del no, forte del potere di cui gode grazie e alle spalle di due città.
Ma sicuramente la politica lo sostiene perché si preoccupa di non sperperare i soldi di noi cittadini…

Sarà difficile per noi raggiungere personalmente ogni residente di questo infinito comune di Venezia (il secondo per estensione dopo Roma) e spiegare quanti e quali siano i vantaggi anche economici di questa autonomia tanto voluta dai cittadini quanto ostacolata dalla politica.
Ma una cosa è certa: ogni volta che ne abbiamo avuta l’occasione, abbiamo insinuato, con argomenti inconfutabili, almeno il dubbio, anche tra i più convinti detrattori, purché abbiano almeno l’umiltà di informarsi.
Già: tanti vantaggi, ma solo se riusciremo a liberarci da ataviche paure come quella di sganciarsi dal un nome altisonante di Venezia, l’infondato timore di pagare di più il biglietto del bus e di non veder più scritto “Venezia” sulla carta di identità.

Debora Esposti

Vicepresidente del Movimento per l’Autonomia Amministrativa di Mestre e della Terraferma “Piero Bergamo”